Proprio mentre il primo numero della rivista Partita Doppia stava per andare in stampa, abbiamo appreso che André Jammes era scomparso all’età di novantotto anni e mezzo. Per me resterà innanzitutto un maestro di metodo, un uomo che insegnava meno con i discorsi che con gli scritti, meno con le parole che con il silenzio, la pazienza e l’esigenza.

La sua regola aveva una controparte semplice, e implacabile: nessuna interruzione, nessuna domanda. Se mi azzardavo a chiedere «Che cos’è? Chi ne è l’autore? Che cosa rappresenta?», tornava alle sue occupazioni, al suo silenzio, talvolta per settimane. Al contrario, di fronte a una fotografia misteriosa che mi mostrava, mi incoraggiava a elencare gli indizi, a rischiare ipotesi. Oggi cerco di applicare questo metodo con i miei studenti: hanno diritto a porre tutte le domande, ma per sottoporre ipotesi, confronti, ragionamenti.

André Jammes riceve due collezionisti americani, rue Gozlin, Parigi, maggio 2015
André Jammes riceve due collezionisti americani, rue Gozlin, Parigi, maggio 2015

Nel 1989 iniziai l’attività come libraio ambulante. Nel 1991, insieme a un giovane collega agli esordi, mi recai alla libreria Jammes, a Saint-Germain-des-Prés. Avevamo acquistato insieme una Bibliotheca universalis di Conrad Gessner, una delle primissime opere a vocazione bibliografica universale, stampata a Zurigo nel 1545, un bell’esemplare che egli giudicò «molto bene» e che comprò senza esitazione, prima di lasciarci uscire dalla piccola bottega di rue Gozlin.

Sulla soglia mi voltai e, facendo appello al coraggio, spiegai che lavoravo in proprio solo da due anni, ma frequentavo i mercati fin dall’età di tredici anni e desideravo entrare nel sindacato dei librai. «Accetterebbe di essere il mio padrino?»

Sorrise, esitò un istante – il mio giovane collega sembrava un po’ infastidito dalla mia audacia – poi André pronunciò quel che lo rese il mio mentore per gli anni successivi.

Quando si rientrava da un viaggio, soprattutto da paesi che lui non aveva mai potuto visitare, André chiedeva sempre di essere avvertito del ritorno. Allora arrivava a sua volta, calmo, attento, pronto ad ascoltare. Svuotavo lo zaino e la valigia, disponendo i libri uno a uno sul tavolo: un volume trovato a Damasco, stampato ad Alessandria durante l’occupazione francese di Bonaparte, comprato in una libreria dove i giovani commessi camminavano scalzi; oppure un’opera di Mosca, pubblicata nei primi tempi della rivoluzione, con tavole che rappresentavano i giocattoli tradizionali di Dimkovo, colorate a mano per aiutare diverse famiglie ad attraversare un inverno 1917 particolarmente rigido. Ascoltava tutto senza interrompermi: il racconto del viaggio, la povertà delle botteghe, le storie dei librai, il prezzo pagato. Poi prendeva ogni volume, lo posava con delicatezza su una pila che cresceva davanti a lui e si limitava a dire: «Molto bene. E cos’altro?».

Nei primi anni, a ogni visita, André Jammes regalava uno dei suoi cataloghi. Talvolta si trattava di esemplari di oltre trent’anni prima, ma che non avevano perso nulla della loro attualità. Quei cataloghi erano stati pionieristici nel loro campo e non erano mai diventati « vecchi »: frutto di una pazienza ostinata, di ricerche minuziose, di verifiche infinite, quasi un lavoro da benedettino. A dire il vero, un monaco benedettino lo aiutava effettivamente a rileggere e controllare tutte le sue annotazioni bibliografiche.

Si potrebbero citare il catalogo sui « libertini eruditi », quello sui filosofi dell’Illuminismo, e i diversi cataloghi dedicati ai modelli di scrittura. A quasi cinquant’anni di distanza, quasi tutti restano opere di riferimento, e sono ancora utilizzati nelle università americane. Leggendoli, imparavo tanto la storia dei libri quanto l’arte di descriverli.

Col passare del tempo, André iniziò a trasmettere un insegnamento più specifico: osservazioni di valore inestimabile sulla bibliografia materiale, sull’analisi delle carte, dei caratteri tipografici, delle legature, sulla storia del commercio librario. Evocava le consuetudini della libreria antiquaria e il modo in cui certi ostacoli erano stati superati collettivamente.

Basterà un solo esempio. La crisi del 1929 colpì davvero la Francia solo quattro o cinque anni più tardi, ma allora con una violenza terribile. Ben presto, in tutta Parigi, rimase una sola persona in grado di acquistare libri rari. C’era un solo libraio la cui porta egli aprisse, e tutti gli altri, saggiamente, accettarono di passare attraverso di lui per conservare un minimo di liquidità e continuare a lavorare durante quell’anno difficile. Questo unico cliente del 1934 era il presidente del tribunale delle fallite, presso il tribunale di commercio di Parigi.

La vendita Jammes e il mio apprendistato di esperto

Insieme alla moglie, Marie-Thérèse, avevano esplorato, a titolo privato, due ambiti che la libreria Paul Jammes non trattava direttamente. Due ambiti dell’immagine. Da un lato, la storia dell’imagerie popolare, dalle scatole dei messaggeri e dai fogli volanti del XVI secolo fino alle immagini colorate che decoravano le case di campagna in molte regioni d’Europa e della Russia.

Dall’altro, la storia della fotografia. Quest’ultimo campo gli era stato suggerito quando era ancora soltanto il giovane figlio di un libraio. Intorno al 1949, durante una cena dell’Association du Vieux Papier, dopo una conferenza sui primi libri illustrati con fotografie, l’oratore si era improvvisamente rivolto ad André, il più giovane a tavola – aveva soltanto ventidue anni – per dirgli: «Forse dovrei rivolgermi proprio a lei. Lei è il più giovane, questo campo è particolarmente promettente, ma anche particolarmente difficile. Richiederà una pazienza infinita, perseveranza, ricerche erudite e un’assoluta onestà scientifica.»

Anni dopo fu possibile ritrovare la traccia precisa di quella cena e di quella frase, all’origine dell’ingresso della fotografia nei grandi musei. André amava dire sorridendo che, con Marie-Thérèse, probabilmente avevano speso più denaro, tempo ed energie per l’imagerie popolare che per la fotografia antica. Questa prima passione – fogli volanti, immagini colorate, iconografie delle campagne europee e russe – è rimasta un campo quasi del tutto nell’ombra, oggetto di ricerche minime. La seconda, la collezione di fotografie antiche, è diventata alla fine del XX secolo una follia planetaria, fino a trasformare in profondità il mercato e la storiografia della fotografia – e questo, in parte, anche grazie a loro.

Quando André e Marie-Thérèse prepararono la prima grande vendita di una parte della loro collezione di fotografie presso Sotheby’s, a Londra, nell’ottobre 1999, selezionarono le stampe più importanti, quelle destinate a segnare il mercato. Ma restava tutto un insieme di fotografie trascurate: prove talvolta imperfette, strappate, di autori anonimi, con personaggi e luoghi che nessuno era ancora riuscito a identificare. Furono proprio queste immagini – le «rifiutate», in un certo senso – che André decise di utilizzare per una vera formazione sul campo, perché quel lavoro potesse a sua volta portare alla nascita di un nuovo esperto di fotografia. Mi convocò, indicò una prima pila di queste fotografie «non trattenute» e mi ingiunse di portarle via, senza porre la minima domanda, naturalmente. In compenso mi incoraggiava a tornare per sottoporgli ipotesi e primi risultati delle ricerche, a una condizione: che fosse seguita la sua metodologia da benedettino, scavando nelle biblioteche, cercando nelle pubblicazioni antiche, moltiplicando le verifiche.

Dalla sua esigenza e dal suo silenzio scaturiva un autentico strumento di trasmissione. Attraverso quelle fotografie da identificare, analizzare e descrivere, veniva in realtà consegnato il suo modo di lavorare. Ogni seduta successiva poteva dare luogo a racconti improvvisati, che permettevano, poco a poco, di comprendere il percorso degli archivi durante i lunghi periodi di indifferenza.

Questo punto può essere illustrato da un esempio tratto da alcune note relative a una conversazione del sabato 24 marzo 2012. Si parlava di Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833), e in particolare di una questione molto precisa: il ritratto attribuito a Niépce, disegnato da Laguiche, che ancora oggi illustra diversi articoli enciclopedici a lui consacrati.

André ricordava che quel disegno firmato da Laguiche, datato 1795, non ha con Niépce che un legame puramente geografico. Fu trovato a Chalon-sur-Saône da un mercante-collezionista disonesto, come un semplice ritratto non identificato. Il nome di Niépce, aggiunto sul verso, non aveva altro scopo che accrescerne il valore.

Ritratto attribuito (falsamente) a Niépce, disegnato da Laguiche, 1795. Oggi ad Austin, Texas.
Ritratto attribuito (falsamente) a Niépce, disegnato da Laguiche, 1795. Oggi ad Austin, Texas.

Quel mercante-collezionista ebbe poi l’abilità di convincere Lécuyer, che stava preparando la sua Histoire de la photographie, ad accettarlo come ritratto di Niépce e a riprodurlo, a piena pagina, fuori testo. Lo rivendette quindi a caro prezzo a un collezionista locale. Qualche tempo dopo, il disegno passò nelle mani di un libraio che conosceva la falsa identificazione, ma lo catalogò comunque come ritratto di Niépce, invocando come unica autorità proprio Lécuyer. Oggi quel ritratto si trova ad Austin, in Texas, accanto al celebre Point de vue du Gras.

André aggiungeva di aver poi scoperto che quelle disonestà ricorrenti del mercante-collezionista avevano una ragione intima e tragica: un figlio folle – ma pericolosamente folle – che voleva sottrarre alla durezza dei manicomi, e che teneva, vergognosamente, rinchiuso nel suo piccolo appartamento parigino. Aveva bisogno urgente di denaro per nasconderlo senza l’assistenza sanitaria.

Grazie ad André e a Marie-Thérèse la storia della fotografia, pur potendo apparire ancora confusa, resta un campo in cui ci si aspetta rigore e pazienza, in cui gli speculatori incontrano talvolta una discreta resistenza, e che offrirà ancora a diverse generazioni di studenti la materia di ricerche pazienti, ricompensate da numerose scoperte a venire. Integrando il meglio di una tradizione plurisecolare di storia del libro e della tipografia nello studio della fotografia, André e Marie-Thérèse hanno fatto entrare quest’ultima nel campo della ricerca più esigente e più pura.

Serge Plantureux,
Senigallia, 30 gennaio 2026