1865
# Andrés Martínez e il Registro delle donne pubbliche nel Secondo Impero Messicano
1865
Nel volume manoscritto Registro delle donne pubbliche conforme al Regolamento emanato da S. M. l’Imperatore (1865),¹ sono documentati due casi che riflettono la condizione delle meretrici nel pieno del Secondo Impero Messicano e illustrano la durezza dell’esercizio della prostituzione.
Il primo, datato 24 aprile 1865, riguarda Merced Romero, di 20 anni, classificata come « prostituta di seconda classe », che comunicò alle autorità la propria decisione di abbandonare l’attività. Nel registro si annotò che la prefetta era stata avvisata affinché la sorvegliasse, vale a dire per evitare che continuasse a esercitare senza pagare il tributo obbligatorio.²
Il secondo caso concerne Isidra Carrillo, « prostituta di terza classe », che, a 16 anni, tentò di lasciare la professione per vivere con l’ufficiale francese Theodore Sapia; per questo si cercò di cancellarla dal Registro il 27 luglio 1865.³
Secondo un’altra annotazione, « le fu fatta conoscere la legge » al militare straniero, il quale tentò di ottenere un’autorizzazione dal direttore della polizia affinché la giovane potesse abbandonare l’attività. Il 30 ottobre dello stesso anno si registrò che « l’eccezione non aveva avuto effetto », per cui la giovane fu costretta a continuare a esercitare come meretrice, come risulta dai registri.⁴
Entrambi i casi mostrano che la prostituzione era un’attività particolarmente dura e che, una volta intrapresa, risultava molto difficile abbandonarla.
La regolamentazione del servizio sessuale consistette essenzialmente nell’esercizio del controllo, della sorveglianza e della regolazione sanitaria delle donne, secondo il cosiddetto « sistema francese », applicato agli inizi del XIX secolo e successivamente diffusosi in tutta Europa, ispirato alle idee del dottor Alexandre Parent du Châtelet, esperto di salute pubblica che utilizzò la metafora delle fognature nel suo lavoro sulla prostituzione.
Tale impostazione prevedeva di sottoporre l’attività prostituzionale a controllo e a norme igieniche, con l’obiettivo di migliorare la salute collettiva. Si riconobbe la necessità di tollerare la prostituzione, così come si tollerano le fognature, ma mantenendola isolata e sottoposta a sorveglianza.⁵
La regolamentazione applicata nel 1865 durante il Secondo Impero in Messico (1864-1867) non differiva sostanzialmente dal sistema adottato dai liberali messicani, i quali, tre anni prima, durante il governo del presidente Benito Juárez, avevano elaborato un Regolamento della prostituzione che si cercò di mettere in pratica. Tuttavia, tale ordinamento fu promulgato nel 1862, appena un mese e mezzo prima dell’invasione francese, e, a causa dell’instabilità politica, non fu possibile attuarlo.
Fu soltanto con il regolamento promosso dall’imperatore Massimiliano nel 1865 che il Registro venne effettivamente istituito, configurandosi quindi come un prodotto derivato da tale normativa.
L’elemento innovativo della proposta del governo imperiale nel 1865 fu il ruolo svolto dalla fotografia. In questo articolo si analizzerà il primo Registro come un prodotto concepito per tutelare la salute dei soldati invasori e, al contempo, prevenire ulteriori problemi igienici per la popolazione messicana, nonché la figura del principale autore della maggior parte di tali ritratti.
Il Regolamento sulla prostituzione emanato da Massimiliano era chiaramente influenzato dalla legislazione francese degli anni Trenta dell’Ottocento, giustificata dalla necessità di tutelare la morale pubblica, vigilare sull’ordine sociale e proteggere la salute della popolazione nel suo complesso. Di conseguenza, sia il Regolamento sia il Registro, entrambi in vigore dall’inizio del 1865, costituirono un punto di svolta nella successiva legislazione prostituzionale della Repubblica Messicana, poiché le normative della seconda metà del XIX secolo avrebbero ripreso lo stesso modello francese.
Per effettuare la registrazione presso le autorità competenti, alle prostitute veniva richiesto di farsi realizzare un ritratto fotografico e di consegnarne due copie, senza montarle su cartoncino o su altro supporto, alle autorità sanitarie. Un ritratto veniva applicato alla scheda di registrazione nel volume in questione, mentre l’altro doveva essere incollato nel loro « libretto » o carnet, con il quale erano autorizzate a esercitare.
Tale documento fungeva da legittimazione e da mezzo di identificazione. La prostituta era obbligata a portarlo con sé sia in strada sia nei bordelli; esso doveva riportare il nome, la categoria, le certificazioni mediche cui doveva sottoporsi periodicamente, nonché le quote mensili da versare. Le donne prive di questo carnet venivano arrestate, condotte in carcere e obbligate a pagare una multa considerevole, motivo per cui questa norma era particolarmente temuta per le sanzioni che comportava.
Nel romanzo El fistol del diablo (Lo spillo del diavolo) di Manuel Payno compaiono donne avvenenti che chiedono l’elemosina, ma che di notte diventano oggetto di sospetti di prostituzione. È il caso del personaggio di Celeste che, rimasta senza casa o alloggio, era costretta a nascondersi tra gli ingressi di negozi o edifici per evitare di essere arrestata e condotta alla stazione di polizia della capitale messicana.
Questa situazione rappresentava una minaccia reale, poiché vi era inoltre il rischio che altre prostitute denunciassero donne che si supponeva esercitassero la professione in modo indipendente, senza pagare le imposte richieste dal governo, con conseguenze potenzialmente gravi.
Nella sua analisi di questo Regolamento, Ixchel Delgado Jordá recupera una preziosa testimonianza di una donna di nome Felícitas Céspedes, la quale indirizzò una lettera alle autorità imperiali per evitare di essere molestata o incarcerata dopo essere stata accusata dalla polizia di esercitare la prostituzione senza essere registrata.⁶ Con lucidità, la donna si difese sostenendo che la sua condizione di « donna sola » non equivaleva a vivere nella prostituzione.
Dalla difesa di Felícitas Céspedes emerge una domanda: che cosa significava essere prostituta all’epoca?⁷ Il Regolamento del 1865 considerava prostituta: 1) ogni donna che intrattenesse relazioni illegittime con uno o più uomini, traendone il proprio sostentamento; 2) ogni donna che vivesse in un bordello, purché di età inferiore ai 40 anni; 3) ogni donna che fosse ripetutamente trovata in strada o in altri luoghi pubblici in compagnia di prostitute, oppure che commettesse atti contrari alla moralità pubblica.⁸
Il volume Registro delle donne pubbliche conforme al Regolamento emanato da S. M. l’Imperatore il 17 febbraio 1865 comprende il censimento, in ordine cronologico, di queste donne da febbraio 1865 a giugno 1867; attualmente è conservato presso la Segreteria della Salute del Messico.
Il libro contiene 598 registrazioni di prostitute e 66 bordelli o « patenti » (come venivano denominate le case di tolleranza). In ciascuna pagina venivano annotati i dati di tre prostitute, ognuna contrassegnata da un numero identificativo.
Il censimento stabiliva che l’iscrizione di ciascuna donna dovesse includere il suo ritratto, il nome, il domicilio, la casa o il bordello in cui lavorava, l’età, il luogo di nascita, l’ultima occupazione svolta, nonché le iscrizioni e cancellazioni e le irregolarità commesse. Un altro dato rilevante era la classificazione per categoria. Tale tipologia veniva determinata in base alla somma pagata per il diritto di iscrizione e all’importo mensile fisso che dovevano versare come tributo alle autorità; in funzione di queste quote, le prostitute venivano classificate in prima, seconda e terza classe.
La scheda registrava inoltre le attività svolte da ciascuna nell’esercizio della professione, i frequenti cambi di bordello (sia per convenienza economica sia per conflitti con la « responsabile della patente » o con le compagne) oppure se lavoravano autonomamente presso il proprio domicilio. Veniva anche annotato se una di loro fosse la responsabile del bordello; in tal caso, doveva restituire il carnet, poiché in tali circostanze non poteva esercitare come prostituta.
Il Registro elaborato dallo Stato vigilante costituisce un documento ricco di informazioni e doppiamente eccezionale, sia per i dati annotati sulle prostitute, che permettono di comprendere le dinamiche di queste donne, sia per le fotografie rivelatrici che esso conserva. I ritratti mostrano in modo crudo e realistico questo gruppo femminile.
Le loro rappresentazioni contrastano con le immagini archetipiche che pittori e incisori elaborarono della popolazione messicana, così come con le testimonianze lasciate da alcuni artisti viaggiatori sulle classi e sui tipi popolari. Nelle fotografie si riuscì a cogliere con maggiore realismo la povertà, la sporcizia, il disordine, i gesti e persino a intuire alcuni stati emotivi delle prostitute.
Senza dubbio, l’aspetto più interessante di questo progetto è che il controllo venne esercitato attraverso la rappresentazione visiva; i ritratti delle prostitute furono realizzati, nella maggior parte dei casi, a figura intera, inserite in ambientazioni che riprendevano lo stile dei ritratti borghesi di studio destinati alla classe media e alta. In questo contesto, l’identità fondata sulla fotografia, accompagnata da dati generali su ciascuna donna, costituisce un fenomeno propriamente moderno.
Ixchel Delgado Jordá, che ha condotto uno studio sulla prostituzione durante il Secondo Impero, ha affermato che l’instaurazione del « regolamentarismo » prostituzionale comportò forse uno dei cambiamenti più radicali nella concezione del corpo femminile, poiché per la prima volta, nel XIX secolo, il corpo della donna venne sottoposto a un trattamento distintivo, configurando una biopolitica del corpo attraverso un ordinamento « prostituzionale » che dipendeva in larga misura dall’esame e dal controllo del corpo femminile.⁹
I volti, le posture e l’espressione corporea di queste donne risultano estremamente eloquenti. Si osserva una gamma di atteggiamenti che va da pose composte e riservate, con un’espressione che sembra rivelare imbarazzo davanti all’obiettivo, come nel ritratto di Carlota Trujillo, di 24 anni, registrata con lo sguardo abbassato, ad altre che sembrano aver posato con uno sguardo contrariato, come Merced Llanos, di 18 anni, che dirige lo sguardo verso lontano. A sua volta, Josefa Orozco, di 25 anni, fu ritratta con il volto semicoperto, lasciando intravedere appena i suoi tratti in modo quasi enigmatico.
Per molte di queste donne —come le tre appena citate— si trattava probabilmente della prima esperienza davanti alla macchina fotografica; di conseguenza, sembra che non sapessero come posare con le mani, adottando posture che verosimilmente furono suggerite dal fotografo, data la totale inesperienza delle modelle.
Altre donne, invece, sembrano aver posato con espressione irritata, sfidando il fotografo, come nel caso di Brígida Cervantes, di 20 anni, che appare avvolgersi nel suo rebozo nel momento in cui viene ritratta, in un atteggiamento che sembra quasi provocatorio nei confronti dell’operatore. Non manca il ritratto di una prostituta come Ángela Villa, che posa leggendo un libro, come una donna colta, né quello di Ángela Sosa, di 23 anni, ritratta con un’espressione gioiosa mentre suona la chitarra, ignara del fatto che le restavano pochi mesi di vita, nonostante la giovane età, come risulta dallo stesso Registro.
La maggior parte dei ritratti è a figura intera: alcune di queste donne indossano abiti semplici e modesti; altre posano con vestiti all’ultima moda, accompagnati da cappelli che rivelano la loro condizione economica; altre ancora portano con sé alcuni oggetti personali, come un libro, un parasole o accessori quali una sciarpa o un rebozo. Molte immagini risultano sorprendenti perché mostrano le prostitute inserite in saloni o ambienti opulenti; di conseguenza, più che configurarsi come un registro di polizia o di controllo sociale, alcuni di questi ritratti appaiono più affini alle messe in scena degli studi fotografici di carattere borghese.
Gli storici Rosa Casanova e Olivier Debroise, nel loro studio pionieristico sulla fotografia carceraria introdotta in Messico nel 1855, concordano nel ritenere che questi ritratti destinati al controllo sociale non siano fotografie « segnaletiche », ma semplicemente fotografie; né il fotografo né le autorità sapevano ancora come dovesse configurarsi un ritratto d’identità o un registro di identificazione personale. I formati, l’inquadratura a mezzo busto e la qualità della luce risultano ancora casuali; la verosimiglianza dell’immagine fotografica sembra essere ritenuta sufficiente.
Tuttavia, esiste un insieme di fotografie che, per la posa, costituisce il gruppo di immagini più originale e provocatorio dell’intero corpus e che non troverà seguito nella ritrattistica messicana dell’Ottocento: una decina di prostitute sollevano la gonna per mostrare spontaneamente la gamba, la caviglia o il piede scoperto.
L’esposizione di questa parte « intima » del corpo rappresentava di per sé una sfida alle norme di decoro e alle convenzioni del buon gusto, ma al tempo stesso suggeriva in modo sorprendente la professione di queste donne.
Manuel Payno, nelle sue Memorias sobre el matrimonio (1860), riflette sull’importanza e sulla fascinazione esercitata dai piedi femminili:
> Le messicane devono sapere che, per la piccolezza e la buona forma dei loro piedi, esercitano un potente influsso sulla loro felicità. Quanti uomini si innamorano e si sposano soltanto per l’influenza e il fascino di piedi ben curati? Quanti stranieri diventano cattolici, sposano una messicana e forse guadagnano perfino la gloria eterna — le cui porte avrebbero trovato chiuse al momento della morte — se non fosse stato per il magico richiamo di quei piedi che li ha fatti entrare nel grembo della Chiesa cattolica? Quanti poeti vegliano, sudano e si affannano per comporre ottave, sonetti e perfino poemi epici dedicati a piccoli piedi? Quale romanziere ha mai ritratto le sue eroine con un piede di mezza vara? In una parola: Voltaire, il più grande beffardo mai nato, ha irriso e satirizzato re, principi, santi e Dio stesso; ma non ha mai osato parlare male dei piedi piccoli e ben formati. > > Scultori e pittori affermano che un piede piccolo è contrario alle regole dell’arte e del gusto. Dicessero pure ciò che vogliono: non prevarranno mai argomenti che hanno contro di sé l’opinione di tutto il mondo, e, ancor più, la mia, che esco perfino dalla messa pur di ammirare i graziosi piedi delle mie compatriote. > > Ma parliamo seriamente. Nessuno meglio delle donne conosce quanto sia importante la questione dei loro piedi.
I piedi rappresentavano una parte dell’intimità, dell’immaginario maschile, una fantasia che si concretizzava soltanto nella sfera privata. Il pudore ottocentesco considerava le gambe e le cosce come indecenti in tutta l’estensione del termine; lo stesso Manuale di Carreño raccomandava, per promuovere le buone maniere, di non descrivere né menzionare in conversazione le parti dei piedi.
La possibilità di vedere in questi ritratti, non solo la pelle delle gambe, ma persino parti della biancheria intima — come i calzoni lunghi, talvolta rifiniti con punte di pizzo — costituisce una rivelazione estrema per l’epoca. Si trattava, in un certo senso, di una fantasia resa realtà.
Lo sviluppo tecnologico della fotografia stampata su carta, diffusa nel formato carte-de-visite negli anni Sessanta dell’Ottocento, fu determinante per la realizzazione di questi registri. I ritratti non venivano eseguiti dal governo, bensì le donne pubbliche erano obbligate per legge a farseli realizzare autonomamente e a consegnarne due copie. Poiché spettava alla prostituta scegliere lo studio fotografico, un fattore decisivo era il suo budget, che determinava a quale fotografo affidarsi per ottenere il ritratto richiesto.
La scelta del fotografo rifletteva le possibilità economiche delle meretrici: non è casuale che due prostitute straniere di prima classe, registrate come Lic-Moure e Isabel Rives, provenienti dalla città di Orléans, si siano fatte ritrarre nello studio dei fratelli Valleto, che all’epoca godevano già di una solida reputazione e i cui ritratti dovevano risultare più costosi rispetto a quelli di altri studi.
Sebbene nel volume del Registro non siano stati indicati gli autori delle fotografie, nel corso di questa ricerca è stato possibile identificare e attribuire tali ritratti a fotografi diversi, tra cui Francisco Cervantes, Luis Veraza, Andrew J. Hasley, Andrés Martínez, Francisco Montes de Oca e i fratelli Valleto.
Tuttavia, un fotografo in particolare si distingue tra tutti, poiché è l’autore dell’80% dei quasi 600 ritratti contenuti nel Registro. Si tratta di Andrés Martínez, la cui paternità è stata identificata mediante il confronto con altre fotografie nelle quali ricorrono gli stessi elementi scenografici, quali balaustre, arredi, drappeggi, tappeti, colonne e basamenti, oltre a una serie di vasi e grandi fioriere utilizzati nello studio.
Per illustrare tali coincidenze che hanno permesso di riconoscere il lavoro di Andrés Martínez, si possono osservare gli stessi elementi in due confronti tra quattro ritratti. Il tappeto, la colonna e il vaso presenti nel ritratto di Catalina Urzúa, prostituta di terza classe, coincidono con gli stessi elementi visibili nell’immagine della signorina Julia Alva.
Nel secondo esempio, il tappeto e la sedia presenti nel ritratto di Damiana Martínez, prostituta di terza classe, sono gli stessi che compaiono nella fotografia del bambino Diego Dávalos Jasso.
Lo studio del fotografo era situato dietro la Cattedrale Metropolitana, in via Escalerillas, una strada tradizionalmente dedicata all’attività tipografica. Una breve notizia apparsa sul giornale El Cronista de México nel 1866 affermava che, a quella data, Martínez si dedicava « da molti anni all’arte della fotografia ».
Effettivamente, intorno al 1860, Martínez era già un ritrattista esperto. È noto che fin dalla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento fosse attivo come fotografo. Nella polemica che ebbe luogo sulla stampa della capitale tra Joaquín Díaz González e Juan María Balbontín, nel novembre del 1859, riguardo alla qualità delle immagini dei due dagherrotipisti, Díaz González riuscì a raccogliere a suo sostegno più di una dozzina di firme di artisti, chimici e fotografi, tra cui quella di Andrés Martínez, il che indica che egli conosceva o praticava già allora la tecnica fotografica.
Con ogni probabilità si tratta del fotografo indicato come « D. M. Martínez », con studio in via Escalerillas, nella guida El viajero en México (1864). Realizzò principalmente carte-de-visite, apparentemente in uno studio modesto nel quale lavorò per quattro decenni, al numero 14 di via Escalerillas. Nel Gran Almanaque y Directorio del Comercio de la República Mexicana per l’anno 1869 si affermava che Martínez eseguiva « ritratti su porcellana, ambrotipi e melanotipi destinati a reliquiari, spille, anelli, ecc ».
Pochi sono gli annunci pubblicitari di Andrés Martínez giunti fino a noi; tra questi, gli avvisi pubblicati sui giornali El Ferrocarril, El Siglo Diez y Nueve e La Libertad negli anni Settanta dell’Ottocento. In tali inserzioni si sottolineava il basso costo dei lavori, con ritratti offerti a prezzi particolarmente accessibili.
È verosimile che proprio questo fattore economico abbia indotto le prostitute a rivolgersi a lui per la realizzazione del proprio ritratto di registrazione. Le informazioni contenute nel Registro mostrano chiaramente che quasi tutte le donne di uno stesso bordello partecipavano alla medesima sessione presso lo studio di Martínez; ciò è evidente dall’uso dello stesso fondale o degli stessi elementi scenografici predisposti per quelle cinque o sei prostitute, le cui registrazioni risultano consecutive, essendo state annotate nello stesso momento.
È proprio nell’attribuzione dei ritratti che risulta evidente l’oblio in cui è caduta la fotografia, e appare quindi giusto identificare un autore come Andrés Martínez e recuperare sia la sua traiettoria sia la sua opera. Un ritratto realizzato da suo figlio, anch’egli fotografo, José Martínez Castaño, ci restituisce la fisionomia del padre. Vediamo così un uomo di 64 anni, in piedi accanto alla sua macchina fotografica, lo strumento con cui si guadagnò da vivere. Il suo sguardo strabico rimanda a una vista allenata nell’arte dell’osservazione. Con la mano destra impugna il mirino che gli serviva per mettere a fuoco sull’immagine della camera, mentre con la sinistra tiene saldamente il copriobiettivo; con questa posa sembra simulare l’atto di eseguire uno scatto fotografico.
José Martínez Castaño ritrasse suo padre come un professionista della fotografia, con la sicurezza di chi aveva lavorato per oltre quattro decenni nel mestiere, senza grandi pretese se non quella di realizzare un buon lavoro fotografico.
Arturo Aguilar Ochoa afferma che questi ritratti prostibolari possiedono un valore senza precedenti, poiché nel corso della storia le società hanno sempre evitato di lasciare traccia del proprio mondo sordido o del lato più oscuro; tuttavia, queste fotografie di quel mondo nascosto permettono a quelle donne di emergere in qualche modo.
Queste immagini svolsero una funzione statale volta al controllo sociale, alla salubrità e alla registrazione statistica. In tal senso, tali ritratti rappresentano, da un lato, la dimensione visibile di un’attività considerata immorale secondo i precetti occidentali dell’epoca e, dall’altro, un registro moderno finalizzato alla sorveglianza e alla regolamentazione del commercio sessuale. Le matricole costituiscono, pertanto, una testimonianza di vita.
A oltre 160 anni dalla realizzazione del censimento di quasi seicento prostitute del Secondo Impero Messicano, l’insieme delle immagini offre uno spaccato di alcuni aspetti della vita di quelle donne pubbliche. Le informazioni registrate e le fotografie costituiscono una traccia della loro presenza che, sebbene frammentaria e incompleta, rappresenta un insieme documentario di inestimabile valore. La maggior parte dei ritratti, realizzati da un autore poco riconosciuto, costituisce una testimonianza di grande ricchezza informativa su un gruppo di donne marginalizzate e silenziate che, tuttavia, oggi sembrano reclamare una voce propria.
Gustavo Amézaga Heiras
Note e bibliografia
1. L’autore desidera ringraziare l’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica di Messico per la riproduzione del Registro delle donne pubbliche…, nonché la maestra Mireida Velázquez Torres, direttrice del Museo Nazionale di San Carlos, che ha consentito la riproduzione. 2. « Merced Romero », in Registro delle donne pubbliche conforme al Regolamento emanato da S. M. l’Imperatore il 17 febbraio 1865, manoscritto, registro 38, foglio 13, Messico, 1865, Collezione della Segreteria della Salute del Messico. 3. e 4. « Isidra Carrillo », in Registro delle donne pubbliche…, registro 275, foglio 91. 5. Arturo Aguilar Ochoa, La fotografía durante el imperio de Maximiliano, Messico, UNAM, 1996, 80. 6. e 7. Ixchel Delgado Jordá, « Las mujeres públicas bajo el imperio: la prostitución en la Ciudad de México durante el Imperio de Maximiliano, 1864-1867 », tesi di laurea magistrale, Messico, El Colegio de Michoacán, 1998, 16. 8. Reglamento de la prostitución, fascicolo 1790 (1), pratica 2, Ramo Gobernación, Archivo General de la Nación, in Delgado Jordá, 61. 9. Delgado Jordá, 15-16. 10. « Ángela Sosa », in Registro delle donne pubbliche…, registro 262, foglio 88. 11. Rosa Casanova y Olivier Debroise, « Fotógrafos de cárcel. Usos de la fotografía en las cárceles de la ciudad de México en el siglo XIX », Nexos, Messico, vol. 10, n. 119, novembre 1987, 20. 12. Manuel Payno, Memorias sobre el matrimonio, Messico, 1860. 13. Yvonne Knibiehler, « Cuerpos y corazones », in Georges Duby e Michelle Perrot (a cura di), Historia de las mujeres. El siglo XIX, vol. 4, Madrid, Taurus, 2018, 306. 14. Manuel Antonio Carreño, Compendio del manual de urbanidad y buenas maneras, Parigi, Librería de Garnier Hermanos, 1876, 70. 15. Il formato francese carte-de-visite misura circa 6 × 9 centimetri e predominò nel Messico negli anni Sessanta dell’Ottocento. 16. Gustavo Amézaga Heiras, Catálogo de sillas, mesas, columnas, balaustradas y alfombras de fotógrafos mexicanos de la segunda mitad del siglo XIX, testo inedito. 17. « La fotografía del Sr. Martínez », El Cronista de México, Messico, 4 ottobre 1866. 18. Al riguardo si veda Rosa Casanova e Olivier Debroise, Sobre la superficie bruñida de un espejo. Fotógrafos del siglo XIX, Messico, Fondo de Cultura Económica, 1989, 44-46. 19. Attualmente, Via Guatemala si trova nel centro storico di Città del Messico. 20. Oggi è l’edificio che ospita la galleria e gli uffici dell’area culturale della Segreteria delle Finanze e del Credito Pubblico. 21. Gustavo Amézaga Heiras, « Andrés Martínez », in José Antonio Rodríguez et al., Nosotros fuimos. Grandes estudios fotográficos de la Ciudad de México, Palacio de Bellas Artes, 2015, 206. 22. « Andrés Martínez, fotógrafo », El Ferrocarril, Messico, 7 febbraio 1870, 4. 23. « Fotografía de A. Martínez », El Siglo Diez y Nueve, Messico, 14 febbraio 1877, 4. 24. « Fotografía de A. Martínez », La Libertad, Messico, 12 settembre 1878, 4. 25. Aguilar Ochoa, 91.
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