Mostra inaugurata al Palazzetto Baviera
Palazzetto Baviera, Senigallia dal 31 gennaio a fine marzo 2026

Una nuova occasione di parlare di fotografia a Senigallia, la Città della Fotografia.
Una nuova mostra del Comune mette all’attenzione del pubblico la proposta di una fotografia « desiderante » da parte di dieci fotografi senigalliesi che hanno in comune, oltre all’amore per la fotografia, anche un nuovo modo di interpretare l’immagine.
Il gruppo, che si presenta come Visioni di Frontiera, nasce come prosecuzione ed evoluzione del Manifesto Passaggio di Frontiera (anni ’90 del secolo scorso), da cui prende lo spunto teorico e si lancia in una più profonda indagine del « vedere ».

Enzo Carli, fotografo e teorico del gruppo, nella prefazione al catalogo della mostra, a tale proposito scrive: «La fotografia desiderante non indica un genere né una formula espressiva: è un movimento interiore, è il gesto con cui l’autore attraversa la realtà per trasformarla in visione».
Bisogna vedere, attraverso l’obiettivo fotografico, il mondo in un modo nuovo, riscrivere le immagini senza cadere nella volontà di riprodurlo o semplicemente nel limitarsi a registrarlo.
La fotografia è, in fondo, un nuovo linguaggio di cui l’artista si serve per cercare nel visibile ciò che non è solo invisibile, ma ciò che, comunque, gli sfugge.
Un nuovo linguaggio che non documenta, ma è interpretazione della realtà.
I dieci fotografi presenti nella mostra: Enzo Carli, Massimo Renzi, Roberto Zappacosta, Delia Biele, Patrizia Lo Conte, Giuseppe Martino, Loriano Brunetti, Alfonso Napolitano, Sofio Valenti, Maurizio Tomassini, sono testimoni di un nuovo modo di vedere consapevolmente la realtà, ognuno con la propria personalità, anche affrontando il rischio di non riuscire subito a tramutare il desiderio che li anima nelle forme e nelle nuove atmosfere che non devono più illustrare la realtà, ma «reinventarla e riscriverla di nuovo».
Una fotografia, quella proposta, che non offre risposte, ma invita a farsi domande, a sconfinare nella fantasia.
La mostra Visioni di Frontiera. Fotografia desiderante, allestita nelle suggestive sale del Palazzetto Baviera, si colloca dunque in un viaggio di continuità e di trasformazione dell’originario Manifesto, che passa così dalla necessità di superare la fotografia come documento all’odierna fotografia desiderante, che non si limita a guardare il mondo, ma, interrogandosi, lo desidera.
Alfonso Napolitano
Senigallia, 26 gennaio 2026
Come una fotografia diventa desiderante
(come eredità e nuova soglia)
La fotografia desiderante non è quella che si limita a registrare il mondo, né quella che pretende di spiegarlo.
È una fotografia che nasce da qualcosa che manca, da una tensione interiore che precede lo sguardo e lo orienta. Non tramuta in immagini ciò che è semplicemente visibile, ma ciò che chiede di essere visto. Il desiderio non è un’aggiunta sentimentale all’atto del fotografare, bensì la sua premessa e condizione originaria.

Essa si colloca in uno spazio instabile, fluttuante, tra il reale e l’immaginario, dove l’immagine non recide totalmente il legame con la dimensione fisica e oggettiva, ma non coincide mai completamente con il soggetto raffigurato. È una fotografia che non solo accetta questa frattura, ma che la assume come valore; che non chiude il senso ostentando verità, ma lo apre.
È creatrice di un’immagine che non consola, non rassicura, non dichiara, ma interroga, lasciando emergere ciò che nel reale resta sottotraccia, inespresso o rimosso.
In questa prospettiva, fotografare è entrare in relazione con gli spazi fisici e con quelli dell’interiorità, con il tempo e con la memoria, sapendo che ogni immagine è insieme presenza e perdita. Il desiderio che la attraversa non tende al possesso dell’oggetto, ma alla sua evocazione.
L’immagine diventa così luogo di passaggio, traccia di un incontro mai del tutto compiuto, dove lo sguardo dell’autore e quello dello spettatore continuano a cercarsi.
La fotografia desiderante rifiuta l’evidenza e diffida della superficie. Non chiede di essere consumata avidamente nel vortice iperconnesso, ma abitata, vissuta. È una fotografia che resiste, perché non si esaurisce nell’apparato sensorio del visibile e continua a lavorare dentro chi guarda, come una domanda che resta aperta stimolando la mente in attesa di una risposta.
È guidata da un bisogno interno conoscitivo, impulso ragionato che nasce da una mancanza, da un’attrazione, da una spinta emotiva o esistenziale, dall’urgenza di stabilire un contatto. Non solo è la realtà che chiede di essere fotografata; è il fotografo che la desidera, la cerca, la provoca.
L’immagine non è un contenitore neutro di elementi formali, bensì un campo di forze, una superficie di scambio tra chi guarda e ciò che è guardato. Il suo prodotto è qualcosa che vibra, che resta aperto, che continua a generare senso.
È una fotografia che si libera dal suo imprinting di dover raccontare fedelmente il reale, di testimoniare in modo neutrale, di essere un semplice documento. Il desiderio che la pervade introduce ambiguità, spostamenti, visioni interiori.
Si muove libera come in un sogno, e nelle profondità dell’anima come un componimento poetico.
È una fotografia che non si limita a vedere, ma vuole. Non è solo occhio: è gesto, movimento, tensione. È ambiguità, perché il desiderio non vuole spiegare ma aprire a significati stratificati. L’immagine è uno spazio d’interazione, in quanto lo spettatore non guarda solamente: entra, tende, vuole.
In un’era in cui la produzione fotografica è impegnata nella sovraproduzione smisurata e bulimica di immagini standardizzate ad uso e consumo immediato, la fotografia desiderante rappresenta un’alternativa e un antidoto; richiama un agire che parte dall’interiorità e cerca profondità, non consenso, ponendosi quindi come soglia concettuale dalla quale ripensare l’atto del vedere.
Una fotografia come frontiera di attraversamento, o, se vogliamo, ancora un Passaggio di Frontiera.
Enzo Carli
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