Analisi materiale di un finto banchetto antropofago

# La fotografia dice la verità?

Analisi materiale di un finto banchetto antropofago

Cannibales Bontoc des Philippines (Photo Keystone) — recto
Cannibales Bontoc des Philippines (Photo Keystone) — recto

Mentre in Occidente si navigava tra scoperte scientifiche del calibro dell’elettromagnetismo, le rivoluzioni nelle telecomunicazioni e gli studi dell’inconscio; per i lettori dei grandi settimanali europei esisteva ancora un’altra umanità, ben lontana: quella dei « selvaggi ». Un cane allo spiedo, una testa mozzata accanto al fuoco ne sono la prova. La fotografia non mente.

Dietro questa foto c’è una storia di violenza. Ma contrariamente a ciò che si può pensare, i soggetti ripresi non sono gli artefici della barbarie, ne sono le vittime. Sottomessi al colonialismo americano di inizio Novecento, quegli uomini dovettero recitare una messa in scena orchestrata per un unico scopo: far credere all’opinione pubblica occidentale che nelle Filippine fosse necessario un intervento di civilizzazione. La foto non doveva documentare la realtà: doveva giustificare il dominio. Infatti, quelli che si osservano non sono antropofagi in procinto di banchettare. Sono uomini che stanno compiendo un rito: il cane non è un pasto, ma un sacrificio. Quanto alla testa che giace in basso non è ciò che sembra.

Questa fotografia reca sul recto il timbro dell’agenzia di stampa: « Photo Keystone, 25 rue Royale, Paris ». La Keystone Press Agency era un colosso dell’informazione visiva. La sede parigina, aperta nel 1927, stampava e distribuiva immagini provenienti da un immenso archivio internazionale. Quel timbro è la testimonianza che questa stampa è uscita da quell’ufficio dopo il 1930.

Recto della foto delle pagine precedenti, con timbro Photo Keystone e annotazione manoscritta
Recto della foto delle pagine precedenti, con timbro Photo Keystone e annotazione manoscritta

Non dice chi l’ha scattata, non dice quando, non dice se quella scena è vera. La Keystone americana aveva l’abitudine di acquisire interi archivi di fotografi. Il negativo della nostra foto potrebbe essere finito così nel grande calderone degli archivi Keystone, per poi essere ristampato dall’agenzia parigina. L’archivio di Worcester, il potente Segretario agli Interni delle Filippine sotto l’occupazione americana, è uno dei possibili serbatoi da cui queste immagini provenivano. Worcester fu il più grande documentarista delle tribù filippine, fra cui i Bontoc e gli Ifugao e le sue immagini servirono a fini politici ben precisi. Questa foto sembra costruita per scandalizzare. Infatti serviva a uno scopo preciso: dimostrare che nelle Filippine esisteva una barbarie tale da richiedere l’intervento salvifico dell’uomo bianco. Non un documento, ma una giustificazione.

Nel 1913, il settimanale francese Le Miroir pubblicò un articolo che sembra descrivere esattamente l’immagine. Raccontava la storia di un « coraggioso fotografo » che aveva immortalato scene di cannibalismo. Ma in fondo alla pagina, una rettifica: secondo testimoni che avevano vissuto per anni nell’arcipelago, e persino secondo i rapporti ufficiali americani, il cannibalismo non esisteva. Però la notizia sensazionalistica era già stata diffusa. Non è un documento della realtà indigena. È un documento di come l’Occidente aveva bisogno di vedere i Bontoc o gli Ifugao.

Gli antropologi che studiarono questa popolazione tra Otto e Novecento descrissero un rito di purificazione chiamato Daw-es. Quando un guerriero tornava con una testa nemica, l’intero villaggio si riuniva intorno a un palo rituale (sangachil) decorato con corna di carabao e la testa veniva esposta in un contenitore a imbuto. Per placare gli anito (gli spiriti dei morti) si sacrificava un animale. Non per mangiarlo. Perché il cane, animale guardiano, aveva il compito di accompagnare lo spirito del nemico lontano dal villaggio. Il cane nella foto non è un pasto, è un atto sacro. Ma è stato raccontato solo ciò che l’occhio occidentale voleva vedere.

Eppure, i veri attori di quella scena sapevano benissimo cosa stavano facendo. Forse stavano celebrando un rito autentico, ripetuto per secoli. Forse, più probabilmente, lo stavano ricostruendo su richiesta del fotografo, come avevano già fatto nei « zoo umani » dell’esposizione di Saint Louis del 1904, che poi girò, fino a Coney Island nel 1905. Davanti all’obiettivo, tutto era stato allestito per produrre un’immagine.

Nel 1913, Charles Martin, fotografo ufficiale del governo americano nelle Filippine, lavorava a stretto contatto con Dean C. Worcester. Insieme allestirono scene di caccia alla testa per i loro film e fotografie. Ma le teste non erano umane: erano di cartapesta, oggetti di scena. I Bontoc sapevano che quella testa era finta. Ma il pubblico dei giornali europei no: per loro, quella testa era la prova del cannibalismo. Era ciò che il colonialismo aveva bisogno di mostrare.

La foto non documenta un rito. Documenta una falsificazione.

Elisabetta Bozzato, Senigallia, 18 giugno 2026


\ Il film Native Life in the Philippines è del 1913, fotografato da Martin.*

\\ Una fotografia di Charles Martin è catalogata al Museo di Antropologia dell’Università del Michigan con la didascalia: «Philippine Islands — N. Luzon. Ifugao. Scene from head-hunting episode. Staged for Dean C. Worcester. The head is papier mache.»