Fotografie della Città millenaria al sud dell’Etiopia
# Harar, al tempo di Rimbaud, o poco dopo
Fotografie della Città millenaria al sud dell’Etiopia
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Rimbaud arriva per la prima volta a Harar nel dicembre 1880, dopo un viaggio Aden–Zeila e poi una carovana a cavallo di una ventina di giorni attraverso il deserto somalo. La città è allora un antico emirato musulmano passato sotto controllo egiziano, con una popolazione composta da Harari, Oromo, Somali, Arabi, indiani e pochi europei di passaggio. Da secoli Harar funziona come un emporio : qui si scambiano caffè, pelli, avorio, incenso, oro, muschio di zibetto, gomme e anche schiavi, in una zona di frontiera tra il mondo etiope e quello arabo.
Rimbaud non arriva a Harar come poeta, ma come impiegato della casa Bardey & Cie, negozianti marsigliesi di caffè stabiliti ad Aden. Bardey capisce presto che la grande mistificazione del commercio del caffè consiste nel venderlo come « arabica » yemenita, mentre una parte dei chicchi migliori proviene in realtà dagli altopiani oltre i deserti somali, sull’altro lato del Mar Rosso, nell’entroterra di Harar. È qui che si gioca una rivoluzione discreta : per la prima volta alcuni europei vanno a cercare il caffè alla sua fonte etiopica, lungo piste quasi del tutto chiuse fino ad allora ai viaggiatori occidentali.
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Bardey propone al temerario Rimbaud di diventare il suo rappresentante a Harar. Lui accetta, probabilmente con l’entusiasmo del commerciante alle prime armi ma anche con quel vecchio sogno da giovane poeta : essere il primo a vedere – e a mostrare – ciò che gli altri non conoscono ancora. Nelle lettere racconta carovane, mercati, trattative, ma gli viene anche l’idea di fotografare.
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Alcune zone intorno a Harar sono troppo pericolose perché possa raggiungerle di persona, con i suoi occhi azzurri troppo visibili ; allora manda il suo socio greco di Alessandria, Apostolos (detto Chryseos), come operatore sul campo.
Oggi conosciamo solo un piccolo gruppo di sette fotografie legate a Rimbaud e Chryseos, giunte fino a noi tramite due invii : uno alla famiglia, uno a Bardey. Le immagini di Harar e della sua regione, per quegli anni, restano tuttavia rarissime : pochi documenti etnografici, qualche vista di viaggiatori, poi un grande vuoto. È dentro questo vuoto che riappare il piccolo album ritrovato di recente in Austria : modesto nel formato, sorprendente per lo stato di conservazione delle stampe.
Le sue fotografie, realizzate qualche anno dopo la partenza di Rimbaud – ferito, sulla stessa pista che vediamo – prolungano e quasi verificano i suoi racconti.
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Le mura di Harar, costruite tra il XIII e il XVI secolo sotto l’emiro Nur ibn Mujahid per difendere la città dagli attacchi degli Oromo, continuavano a svolgere la loro funzione protettiva ancora ai tempi di Rimbaud e oltre. La città fu assediata ripetutamente nel corso del XIX secolo – le fonti parlano di una dozzina di attacchi gravi, talvolta veri e propri assedi di più giorni – segno che i problemi di sicurezza rimanevano onnipresenti. Le cinque porte storiche (Shoa Gate, Buda Gate, Erer Gate, Sanga Gate, Fallana Gate) regolavano l’accesso ai cinque quartieri della città e si chiudevano ogni sera.
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Per comprendere questo paesaggio umano e geografico, oggi disponiamo di diverse fonti : le lettres d’Aden et du Harar dello stesso Rimbaud, il libro Rimbaud au Harar (2002) di Jean-Hugues Berrou e Alain Borer, con fotografie d’epoca e attuali, e soprattutto il film documentario di Jean-Hugues Berrou che ha seguito fisicamente la pista da Harar a Zeila attraverso il deserto dell’Ogaden. Questo film, presentato alla Biennale di Senigallia 2025, ci restituisce con precisione – e fatica – la distanza, i giorni di cammino, il peso della solitudine e del rischio che Rimbaud ha conosciuto concretamente.
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Guardando queste fotografie, ciò che colpisce immediatamente è la funzione di piazza di mercato : Harar non è una città industriale né amministrativa, è prima di tutto un punto di scambio tra mondi. Un mercato incredibilmente vivace e, allo stesso tempo, visibilmente povero.
Non ci sono caravanserragli monumentali, né botteghe permanenti di pietra, né carri, né cavalli. Tutto avviene a piedi. Sono i contadini degli altopiani circostanti che portano i loro prodotti – tra cui, forse, i sacchi di caffè che si intuiscono ammucchiati qua e là – attraverso sentieri impervi fino alle porte della città murata.
Per i loro inquadramenti, per le sagome umane, per i paesaggi di piste e mura, sembrano talvolta illustrare a ritroso ciò che lui aveva tentato di fissare in prima persona.
Vale la pena pubblicarle qui proprio per questo : non per aggiungere un capitolo alla leggenda, ma per invitare il lettore a contribuire, immagine dopo immagine, a completare l’iconografia rimbaldiana di Harar.
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I pochi mercanti stabili, molti dei quali arabi o indiani, conservano le quantità di caffè, pelli, avorio e gomme al riparo delle mura, in attesa di organizzare il trasporto verso la costa. Le carovane che partono da Harar verso i porti del Mar Rosso (Zeila, più tardi Gibuti) impiegano tra i 12 e i 20 giorni, a seconda della stagione e delle condizioni dei sentieri.
Durante il tragitto, le carovane vengono attaccate – di norma tra le tre e le cinque volte – da predoni Oromo, Afar o Somali, che cercano di impadronirsi del carico senza combattere direttamente contro gruppi armati.
Non si può vedere tutto questo nelle fotografie, ovviamente. Ma si può provare a indovinarlo : dai volti dei venditori e dei passanti, dalla polvere delle strade, dall’assenza di grandi infrastrutture, dalla presenza costante delle mura sullo sfondo.
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Un dettaglio colpisce particolarmente : il ruolo delle donne portatrici. Nelle strade di Harar, come in molte zone rurali dell’Etiopia e del Corno d’Africa, sono le donne a trasportare gran parte delle merci sulla testa : cesti, giare d’acqua, stoffe, sacchi di grano o caffè.
Si muovono con un’eleganza naturale attraverso i vicoli stretti, portando carichi che superano spesso i venti o trenta chili.
Questa presenza femminile silenziosa, ma decisiva per il funzionamento del mercato, è visibile in queste fotografie : donne che camminano a passo sicuro, donne ferme ai bordi della piazza, donne che attendono un carico da trasportare. Senza di loro, il commercio sarebbe stato quasi impossibile : sono loro a portare le merci dai villaggi alle porte della città, e spesso anche all’interno delle mura, nei magazzini dei mercanti.
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Queste immagini ci mostrano un mondo di commercio fragile e coraggioso, dove ogni transazione è anche un piccolo atto di fiducia in un equilibrio precario tra rischio e profitto, tra nomadi armati e mercanti sedentari, tra cristianesimo e islam, tra altopiano e deserto. Finiamo questa visita con alcuni particolari sull’autore di queste foto, una persona vicina al primo console britannico a Harar, forse sua moglie.
Un resoconto dettagliato sugli edifici diplomatici britannici riferisce che, all’inizio del XX secolo, il viceconsole britannico a Harar affittò una grande casa situata poco fuori dalla città. L’edificio, costruito oltre vent’anni prima e appartenente a Ras Makonnen — padre di Haile Selassie — era circondato da circa tre acri di terreno ed era già in condizioni piuttosto precarie. In assenza di alternative, questa residenza fu utilizzata come sede consolare per diversi decenni.
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Harar sorge ai margini degli altopiani orientali dell’Etiopia, affacciati sulla Great Rift Valley, a circa 500 chilometri a est di Addis Abeba. Nel 1912 il viceconsole britannico occupava dunque questa casa, descritta all’epoca come modesta e deteriorata, mentre la città veniva spesso ricordata dai viaggiatori europei come estremamente affollata e poco salubre.
Consapevole delle condizioni dell’edificio, il viceconsole insistette per la costruzione di una nuova sede consolare. Nel 1914 fu quindi acquistato un terreno per 80 sterline con l’intenzione di erigere un nuovo edificio. Tuttavia le autorità abissine bloccarono l’operazione perché il sito si trovava troppo vicino a una delle loro posizioni difensive. L’acquisto fu annullato e il denaro restituito nel 1916.
Un secondo tentativo fu intrapreso nel 1920, quando venne acquistato per 250 sterline un terreno di poco più di otto acri, diviso in due lotti adiacenti e successivamente noto come sito di Jinela. Anche questo progetto non portò alla costruzione di una nuova sede consolare e il consolato rimase quindi nella vecchia casa di Ras Makonnen, il cui contratto di locazione fu rinnovato per altri vent’anni.
Il terreno di Jinela fu poi trasferito nel 1923 al governo del Somaliland per 160 sterline, trasferimento completato nel 1925. Nel 1935 il sito tornò al Public Works Department e la somma fu rimborsata. Durante l’occupazione italiana dell’Etiopia (1935-1941), l’area fu utilizzata come accampamento da due battaglioni italiani. Un articolo di giornale del 1935 descrive ancora il consolato britannico come « un grande palazzo antico fuori città, con vasti terreni circondati da un muro di pietra », sorvegliato da soldati somali al servizio britannico.
Fonte :
κολοφών
Quid restat ?
Questo numero due
è stato condotto a termine
nei giorni quieti che precedono
l’equinozio di primavera del 2026,
mentre il resto del mondo esita a scivolare
nella sua confusione, sui torchi
della Tipografia Adriatica,
in via Porta Mazzini 4,
a Senigallia.
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