Mercanti, collezionisti e altri ciclisti nell’epoca delle Ferrari del mercato dell’arte

# Piccole fiere crescono: l’esempio di Vienna

Mercanti, collezionisti e altri ciclisti nell’epoca delle Ferrari del mercato dell’arte

Negli ultimi anni il mercato dell’arte ha progressivamente assunto la forma di un campionato di Formula 1. Le grandi fiere internazionali funzionano ormai come circuiti professionali: per partecipare non basta avere buone opere o buone idee. Servono strutture, investimenti, sponsor, una squadra affiatata e, possibilmente, una Ferrari.

Non tutti, però, possiedono una Ferrari. Molti — mercanti, collezionisti, curiosi — dispongono al massimo di una bicicletta. E siccome rinunciare del tutto al piacere della corsa sarebbe davvero un peccato, questi irriducibili hanno semplicemente deciso di inventare altri percorsi.

Nascono così nuove fiere, più piccole, più elastiche, meno ingessate. Non pretendono di competere con i grandi circuiti internazionali; anzi, spesso sembrano ignorarli con una certa leggerezza. Qui non si corre per stabilire record mondiali ma, più modestamente, per il gusto della scoperta, dell’incontro e talvolta anche dell’imprevisto.

Il fenomeno riguarda ovviamente l’arte contemporanea, ma diventa particolarmente interessante nel campo dell’arte cosiddetta patrimoniale: fotografie, libri, oggetti, documenti, tutte quelle cose materiali e ostinate che appartengono ancora al mondo sensibile e non soltanto al regno delle presentazioni PowerPoint.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, queste fiere non sono popolate soltanto da nostalgici o da sopravvissuti di un mercato scomparso. Si incontrano invece giovani mercanti, collezionisti curiosi, figure ibride difficili da classificare. Persone che non hanno necessariamente i mezzi — e forse neppure la voglia — di partecipare alla grande liturgia delle fiere globali.

Il problema, se così si può dire, è che i criteri cambiano. Gli oggetti sono diversi, i ritmi sono diversi, il modo di guardare e di giudicare cambia radicalmente. Confrontare i due mondi diventa quasi impossibile: è come voler valutare con lo stesso cronometro una gara di Formula 1 e una corsa in bicicletta su una strada di campagna.

E tuttavia la scena assume rapidamente un carattere quasi religioso. Ogni nuova fiera sembra fondare la propria piccola confessione: con i suoi fedeli, i suoi riti, i suoi apostoli e naturalmente le sue eresie.

I curatori passano da una fiera all’altra con notevole disinvoltura, come pellegrini perfettamente adattati a un mondo dove convivono molte fedi.

E non cambiano solo fiera o quartiere: cambiano scala. Nel giro di pochi isolati si passa dalle piccole stampe d’epoca, pensate per la mano e per lo sguardo ravvicinato, alle immagini gigantesche del contemporaneo, che hanno bisogno di metri quadrati per imporsi, eliminare la concorrenza e diventare inevitabili.

In questo nuovo regime visivo basta ingrandire perché tutto diventi degno di essere guardato – bello o brutto non importa più, conta soltanto l’effetto di gigantismo, come in una pubblicità.

Il risultato è un ecosistema sorprendentemente fertile, ma anche leggermente schizofrenico: lo stesso mercante può trovarsi la mattina in un tempio della finanza artistica globale e il pomeriggio in una fiera dove, tra una cassa di libri e una fotografia dimenticata, si continua ostinatamente a credere che l’arte possa ancora essere una questione di oggetti, di sguardi e di incontri.

E, a pensarci bene, forse è proprio questa incongruenza a rendere la cosa così interessante.

Prossima fiera della fotografia a Vienna: domenica 12 Aprile 2026

Testo e immagini a cura della redazione di Partita Doppia